Commento alle Letture - Anno A

Seconda Domenica del Tempo Ordinario

Seconda Domenica del Tempo Ordinario

«È troppo poco che tu sia mio servo».

 

Attorno a questo versetto costruisco questo commento alle Letture perché quando mi ci sono trovato davanti sono rimasto folgorato. Un versetto che è lì da secoli, che avrò sentito tante volte (almeno ogni II Domenica del tempo Ordinario dell’Anno A), eppure solo oggi mi investe col suo potere di Parola viva. Ma andiamo con ordine. Questa Domenica arriva mentre la vita è ripartita quasi di corsa: lavoro, impegni, iniziative, responsabilità. E proprio per questo la Liturgia oggi sembra fermarci un attimo, prenderci per le spalle e dirci: ricordati chi sei. Non quello che fai. Non quello che produci. Chi sei.

La voce viva di Dio ci rivela la nostra identità e la nostra missione. Anche se è Domenica prossima la Domenica della Parola, è importante ricordare anche oggi che senza la Parola rischiamo di leggerci addosso etichette sbagliate; con la Parola, invece, torniamo alla verità. Partiamo allora dalla frase fortissima della Prima Lettura:

«È troppo poco che tu sia mio servo».

Questa frase arriva dritta al cuore. In questo tempo di ripresa, ma in generale in questa epoca, per molti segnata da fatica, stress, delusione, dolore o senso di impotenza, è facile sentirsi schiavi: delle scadenze, delle aspettative altrui, delle ferite, delle situazioni che non controlliamo. A volte ci sentiamo vittime di ciò che accade attorno a noi, come se la vita ci stesse semplicemente succedendo addosso.

E invece la Parola oggi ci dice: non è questa la tua identità.
È troppo poco vederti come servo, come ingranaggio, come numero:

«Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».

Che salto incredibile.
Da servo a luce.
Da schiavo a strumento di salvezza.

È lo stesso quadro che abbiamo contemplato nel presepe: davanti alla grotta non c’erano categorie rigide, ruoli sociali, gerarchie di valore. C’erano angeli, pastori e re, tutti allo stesso livello davanti al Figlio di Dio. Sembra quasi l’effetto della livella di Totò, ma qui non è la morte a livellare tutto: è la vita di Gesù, il Figlio di Dio che si incarna nella nostra storia e ridà dignità a ogni uomo e a ogni donna.

Allora la domanda nasce spontanea: qual è davvero la mia identità?

La Seconda Lettura ci aiuta a rispondere. San Paolo ci consegna due parole chiave:

«Paolo, chiamato ad essere apostolo di Cristo Gesù…
 a voi che siete stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata».

Ecco le due identità: apostolisanti.
Non titoli onorifici. Non etichette spirituali. Missioni di vita.

Essere apostolo significa essere scelto per stare con il Signore e poi essere mandato. È una vita che alterna relazione, preghiera, ascolto, servizio. Non si può annunciare Cristo senza frequentarlo, né portare il Vangelo senza lasciarsi prima convertire da esso.

Essere santo, invece, non significa essere perfetti o distaccati dalla realtà. Al contrario. Il santo è uno che vive intensamente la quotidianità, che ama, che serve, che cade e si rialza, che cerca il bene possibile lì dove si trova. La santità non è passività spirituale: è una vita attiva, donata, concreta. E come potremmo vivere questa identità senza nutrirci della Parola e dei Sacramenti?
La Parola è ciò che ci ricorda chi siamo quando tutto ci spinge a dimenticarlo. È lo specchio in cui Dio ci guarda e ci restituisce la nostra verità più profonda. I Sacramenti ci fanno vivere la nostra identità, ci ridonano quell’immagine e somiglianza di Figli di Dio che ogni tanto perdiamo.

Il Vangelo completa il quadro in modo potentissimo. Giovanni Battista indica Gesù e dice:

«Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo».

Giovanni non trattiene per sé i discepoli, non si mette al centro. Indica.
È questa la testimonianza: non parlare di sé, ma portare lo sguardo su Gesù. Giovanni aggiunge:

«Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Ecco cosa fa la Parola quando è accolta: ci trasforma in testimoni.
Non perché sappiamo tutto, ma perché abbiamo visto qualcosa. Abbiamo incontrato Qualcuno. Ed ecco cosa fa la Liturgia quando è vissuta in maniera concreta: diventa fonte e culmine dell’azione della Chiesa. A che punto siamo ora? Forse dopo tutti questi anni di Sante Messe e catechesi ancora ci viene da dire che non conosciamo Gesù. E’ normale. Lo stesso Giovanni Battista, che aveva riconosciuto Gesù già quando erano entrambi nella pancia e che conosce bene l’uomo Gesù in quanto suo cugino, ci dice nel Vangelo “Io non lo conoscevo”. Ma lo Spirito ce lo rivela. E i Sacramenti sono il luogo dove lo Spirito si manifesta con forza, su noi e sulla Chiesa tutta.

Allora proviamo a tenere insieme tutto:
 – la nostra identità non è la schiavitù, ma la missione
 – siamo chiamati ad essere apostoli e santi e la Parola e i Sacramenti è dove questa chiamata prende forma
 – Gesù è l’Agnello che toglie il peccato, ed essere luce significa mostrare Gesù, il Maestro, il Dottore, il Pastore, agli altri. 

Perché è lì che il Signore continua a dirci:
 “È troppo poco che tu sia solo questo. Io per te ho pensato molto di più.”

Buona Domenica!

 

PS nell'immagine lo stupendo interno del Duomo di Monza, intitolato a San Giovanni Battista, che trovate anche qui