Come è stata questa settimana di Pasqua?
Per la Chiesa è come un unico grande giorno, un’esplosione continua di Risurrezione. L’abbiamo vissuta così? Abbiamo raccolto i frutti del cammino quaresimale? Siamo riusciti a proteggere il tempo del Signore dalla quotidianità che riprende, oppure siamo tornati subito a correre dimenticandoci di ciò che abbiamo vissuto?
Questa è una Domenica particolare, perché è anche la Domenica della Divina Misericordia. Chiediamo allora la grazia di vivere davvero questo giorno come un giorno nuovo, “il giorno che ha fatto il Signore”: la porta aperta sulla vita vera, che nasce dalla Risurrezione.
Meditando sulle Letture, possiamo raccoglierle dentro uno schema semplice ma profondissimo, quello delle virtù teologali: fede, speranza e carità.
Il Vangelo ci parla di fede. È il Vangelo del “credere” per eccellenza. Gesù risorto appare ai discepoli, ma Tommaso non c’è. E quando gli raccontano tutto, lui non crede. Vuole vedere, vuole toccare. E allora Gesù, nella sua infinita misericordia, torna una seconda volta, proprio per lui.
Quante volte siamo Tommaso anche noi?
Allora chiediamoci con sincerità: come sta la mia fede?
Davanti all’Eucaristia, credo davvero che quello è il Corpo di Cristo? Durante la consacrazione riesco a dire nel cuore: “Mio Signore e mio Dio”? Dopo la Quaresima, dopo tutto il cammino fatto, dopo aver celebrato la Risurrezione… credo più di prima?
Se la risposta è sì, ascoltiamo la promessa di Gesù: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”.
E lo conferma anche San Pietro nella Seconda Lettura: “Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui”.
Che meraviglia queste parole: “Voi lo amate”.
È vero. È proprio vero: noi lo amiamo! E allora non teniamolo dentro: gridiamolo con la vita, con le scelte, con le relazioni.
La Seconda Lettura però è soprattutto una grande lezione sulla speranza.
“Dio… ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe”.
La Risurrezione non è solo un evento passato: è un inizio. È una nascita nuova.
E la speranza è ciò che alimenta il nostro cammino verso la meta: “la salvezza delle anime”. Questo è il nostro obiettivo, il traguardo per cui vale la pena vivere tutto.
Certo, le difficoltà non mancano. Lo dice ancora Pietro: “ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove”.
Ma dentro queste prove, il cristiano ha un segno distintivo: la gioia.
“Siete ricolmi di gioia… esultate di gioia indicibile e gloriosa”.
Allora: come sto oggi?
Sento ancora la gioia della Risurrezione?
Chi mi incontra, vede in me qualcuno che vive di una gioia diversa?
Sono testimone della gioia del Risorto?
La Prima Lettura ci offre infine una vera scuola di carità, la fotografia della prima comunità cristiana:
“Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune… distribuivano a ciascuno secondo il bisogno”.
Amore che si vede.
Non parole, ma gesti: condivisione, attenzione, dono.
E dentro tutto questo, una gioia semplice e vera: “prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore”.
Ma da dove nasceva questa carità così forte? Non solo da uno sforzo umano.
C’era una sorgente: “Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere… ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio”.
Prima si riempivano di Dio… e poi traboccavano sugli altri.
E allora anche qui chiediamoci:
riesco a riempirmi di Spirito nella preghiera e nella liturgia, per poi donarmi agli altri?
Riesco a “digiunare” dal troppo che ho, per condividerlo con chi ha poco?
La mia fede si traduce in carità concreta?
Facciamo nostri questi insegnamenti.
Chiediamo al Signore il dono della fede, della speranza e della carità.
E diventiamo davvero operatori di pace, perché quel saluto di Gesù Risorto — “Pace a voi” — possa passare da Lui a noi, e da noi al mondo intero.
Buona Domenica della Divina Misericordia.