Commento alle Letture - Anno A

Ventiquattresima Domenica del Tempo Ordinario

Ventiquattresima Domenica del Tempo Ordinario

Quanto spazio occupa l’odio nella memoria del nostro cuore?

La Prima Lettura ci consegna un messaggio tanto semplice quanto forte: «Smetti di odiare… non odiare il prossimo… e dimentica gli errori altrui».

Ma come si può arrivare a vivere così?

Credo che dovremmo fare l’esatto contrario di ciò che facciamo con la memoria dei telefoni sempre piena: dobbiamo smettere di cancellare dalla nostra memoria tutto l’Amore ricevuto così che non possa trovare spazio il rancore, un torto che continuiamo a ripassare o quella parola che ci ha ferito. 

 

E’ un insegnamento nascosto tra le parole del Siracide: «Ricòrdati della fine», «ricorda i precetti» e «l’alleanza dell’Altissimo».

Ricordati della fine: siamo di passaggio. La nostra cittadinanza è in Cielo. E non si entra in Cielo con le tasche piene di odio.

Ricorda i precetti: quelli che Gesù ha riassunto in due, ma che in fondo sono uno solo.

AMA.

E ricorda l’Alleanza: Dio ci ha amati per primo.

Prima dei nostri meriti.
Prima delle nostre risposte.
Prima ancora che noi sapessimo amarlo.

Chi siamo noi per non mettere in circolo questo Amore?

Chi siamo noi per chiudere, con il nostro odio, i rubinetti della misericordia del Padre che vuole raggiungere tutti e ciascuno?

E qui arriva Gesù.

Pietro gli chiede quante volte dobbiamo perdonare. «Fino a sette volte?».

Gesù risponde: «Fino a settanta volte sette».

La matematica del Regno è questa: il perdono è un numero periodico. Non finisce.

Poi racconta di un servo al quale viene condonato un debito enorme, impossibile da restituire. Poco dopo, però, lui pretende dal proprio compagno un debito infinitamente più piccolo.

Ha appena ricevuto misericordia e non riesce a restituirla.

È il dramma dell’ingratitudine.

Possiamo ricevere l’Amore di Dio e poi vivere come se non lo avessimo mai incontrato.

Ma nel racconto c’è anche qualcosa che mi colpisce.

I compagni del servo non chiudono gli occhi.

Vedono l’ingiustizia e intervengono.

E questo è importante: Gesù ci chiede di dimenticare il male che riceviamo, ma non di diventare indifferenti al male che subiscono i nostri fratelli.

Soprattutto i più poveri, i più fragili, quelli che hanno meno voce.

La Bibbia ce lo ricorda continuamente: l’orfano, la vedova, lo straniero, il povero non sono un problema degli altri.

L’amore cristiano è concreto.
È fatto di gesti.
È anche giustizia.

E poi c’è quell’espressione del Vangelo che mi ha colpito:

«Appena uscito».

Appena uscito dalla stanza in cui gli era stato condonato un debito enorme, quel servo avrebbe potuto fare festa come la donna che ritrova la dracma perduta.

Avrebbe potuto cancellare i propri crediti, come fa Zaccheo dopo l’incontro con Gesù.

Invece, appena uscito, corre a chiedere fino all’ultimo spicciolo.

Forse anche noi corriamo troppo.

Rincorriamo gli affari, i risultati, le cose da sistemare. Rincorriamo una vita che ci sfugge, dimenticando di vivere quella che abbiamo davanti.

E rischiamo di cercare la nostra identità in ciò che possediamo o che ancora ci manca, invece che nell’Amore che abbiamo ricevuto e che siamo chiamati a donare.

Fermiamoci.

Viviamo il presente, che è già pieno dell’Amore di Dio.

Uno sguardo al Creato. Una passeggiata senza telefono. Una preghiera fatta lentamente. Una persona ascoltata davvero. Un fratello aiutato senza aspettare nulla in cambio.

Ricordiamoci chi siamo.

Perché san Paolo oggi ci dice:

«Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore».

Siamo del Signore.

E allora non siamo fatti per accumulare rancore.

Siamo fatti per restituire l’Amore ricevuto.

È tempo di amare come Lui.

 

Buona Domenica!